A cosa può servire (ancora) il teatro

Oliviero Ponte di Pino ci manda un messaggio importante sul senso, oggi, di fare teatro. 

A cosa può (ancora) servire il teatro nella società contemporanea? E quale può essere la funzione dello spettacolo dal vivo nello scenario sociale e mediatico in cui siamo immersi?

Per alcuni la risposta è facile. È un residuo del passato, un fossile rispetto alle novità tecnologiche di cinema, radio, televisione e ora internet, elitario nei modi e nelle possibilità di diffusione. Oltretutto il teatro ha perso uno dei suoi vantaggi competitivi: il costo d’accesso alla scena mediatica – a una scena mondiale – è praticamente nullo, come sanno tutti gli influencer.

Questo giudizio ha una conferma statistica: oggi va a teatro almeno una volta all’anno meno di un italiano su cinque e il teatro sembra vivere una perenne crisi (tanto che buona parte del settore rischia di essere ricacciato nel dilettantismo). Tuttavia questo luogo comune ha una smentita altrettanto perentoria, perché nonostante tutto si continua a fare teatro, con una necessità e urgenza indiscutibili, generazione dopo generazione, e a volte con risultati interessanti e – questo va sottolineato – al passo con i tempi. Da un lato, si potrebbe notare, c’è una costante antropologica, un bisogno refrattario al succedersi delle epoche e delle mode, anche se a volte si trova a seguirle.

Ma forse c’è anche una capacità, o una necessità, di adeguarsi o di reagire ai mutamenti, di adattarsi alle circostanze e al tempo stesso di metterle in discussione, proprio a partire da una estraneità alla dittatura del presente. Certo, c’è molto teatro di consumo, sottoprodotti dell’industria del mass media che tracimano anche nel vecchio contenitore. Ma c’è anche qualcosa di diverso, e per intercettare questo bisogno e per cercare di capirlo un progetto come Nolo Fringe può essere utile, così come manifestazioni come Scena Prima (nella Lombardia degli anni Zero) e IT Festival (nella Milano degli anni Dieci), ma anche Scenario e In-Box.
Un primo dato è la quantità di giovani che sceglie il teatro come strumento di conoscenza di sé e del mondo (e anche la quantità di festival: solo per il teatro, trovafestival.com ne ha censiti in Italia quasi 300). Chiedono riconoscibilità, in un panorama affollato e distratto, ma chiedono anche di essere valutati, sia dagli esperti sia dal pubblico. Esistono, come artisti e come gruppi, ma vogliono sapere chi sono. Offrono i loro corpi in relazione a un luogo e a chi lo abita: questo è il teatro, la “presenza reale” di un verbo che si fa carne.
Quel luogo è uno spazio fisico, ma prima ancora è il contesto storico e geografico in cui si trova e agisce.

Questo stretto rapporto con il territorio può innescare meccanismi virtuosi. In primo luogo, visto che molta gente non va a teatro, porta il teatro dove c’è la gente, nella prossimità e nella quotidianità. In secondo luogo può innescare meccanismi di partecipazione e condivisione dell’esperienza.

In un quartiere dinamico, culturalmente vivo e insieme ricco di contraddizioni, Nolo Fringe è una sfida al calcolo delle probabilità e alla razionalità economica, una iniziativa “bottom-up” che sopperisce alle scarse risorse con molta intelligenza creativa, e che riesce a connettere in una rete virtuosa una pluralità di soggetti con storie e obiettivi molto diversi. Per tutti questi motivi, questo progetto è una sonda straordinaria, attiva su vari livelli.
Intanto una prima risposta positiva è già arrivata: Nolo Fringe esiste, ovvero l’impossibile lo possiamo fare.

Oliviero Ponte di Pino

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